I fiori non parlano

Romanzo di Stefano Stanzione
Edito da Delrai
Milano 2026

Un romanzo è un romanzo.
Non pretende di insegnare, non guida verso azioni concrete da usare in classe o a casa, non si propone di dare indicazioni cliniche o psicoeducative. Un romanzo racconta una storia, sviluppa fili narrativi e li porta ovunque, sulla terra e su altri pianeti, attraversa posti e persone, modi di vedere e pensare gli uni e gli altri, li intreccia unendoli e separandoli e, nel farlo, consente di sentirsi come nei labirinti degli specchi dei Luna park, irriconoscibili e molteplici, originali di tante copie che però non si somigliano. Alieni quindi.
Il mutismo selettivo è un disturbo d’ansia. Ci sono criteri clinici che permettono di diagnosticarlo, questionari che raggruppano dati su come, dove e con chi esso si manifesta, strategie da adottare per affrontarlo, ma seppure si possa usare la medesima etichetta per le tante persone che ne soffrono, di fatto ogni persona è selettivamente muta a modo suo.
Allo stesso modo, anche un romanzo che decide di raccontare una storia, lo fa a modo suo, e a fronte di ciò sorgono diverse domande: è un bel romanzo? È una storia credibile? Offre visioni distorte del mutismo selettivo? Può essere di aiuto a qualcuno che ne soffre? Può essere utile a qualcun altro che non ne soffre in prima persona, ma ha a che fare con chi ha questo disturbo?
Domande legittime, doverose forse, soprattutto se a farsele è qualcuno che fa parte di un’associazione che da anni si è impegnata per cercare di sfondare il muro di silenzio e di ignoranza, di semplificazioni e confusione, che puntualmente spuntano quando si tratta di “inquadrare” un bambino o un ragazzo che è silenzioso alcune volte, ma altre volte no.
Il punto però è che queste domande non hanno risposte univoche né assolute. Si tratta di un romanzo, perciò a qualcuno piacerà e a qualcun altro no. Si tratta di una storia, che racconta di borghi italiani e di vicende del tutto umane e reali, ma anche di altri mondi, nonché di alieni schifosi fuori e nobili dentro, oltre che di esseri mutaforma, che per il proprio tornaconto non vanno tanto per il sottile quando si tratta di sentimenti.
Quanto è credibile una storia che narra tutto questo? Poco o niente potremmo dire, ma se poi ne facessimo una metafora? In tal caso si potrebbe cambiare ottica, perché diventa credibile il fatto che l’odio possa rendere feroci e disperati, tanto da fare carne da macello di chi ci è vicino e ci delude.
Diventa credibile che si possa comprendere che c’è salvezza solo se si accetta il sorriso e l’invito di chi ce lo offre, smettendola di pretendere e attendere. Diventa credibile l’idea che dentro di noi c’è un potere enorme, che può salvare o distruggere, e che ciò che fa la differenza è la scelta che facciamo nei momenti in cui ci sembra tutto perduto.
Le metafore sono autorevoli grimaldelli narrativi, per questo possono essere molto valide come strumento adoperato ad esempio in ambito professionale.
Un racconto in cui non si ha paura di parlare di odio, di invidia, di violenza, di morte, di impotenza, di bullismo, di conflitto e di malattia, può essere funzionale a parlare di amore, di riparazione, di redenzione, di cambiamento e di futuro. Può essere un’occasione per sdoganare l’esistenza delle parti più miserabili di noi e così arrivare a capire come si possa consentire a quelle più nobili di salvarsi, nonostante tutto.
Allo stesso modo il silenzio, che nel romanzo inizialmente è presentato come il mostro che imprigiona le protagoniste in una scatola, nel procedere della storia può diventare una capacità invidiata, poi trasformarsi in una volontà di riscatto e infine sdoppiarsi, rivelando da un lato la paura di esporsi, liberandosi però dalla prigione, e dall’altro lato la volontà di vendicarsi, distruggendo ogni forma di speranza.
Ancora una volta le cose non sono univoche né assolute e ancora una volta la storia, perché di un romanzo si tratta, può essere letta assumendo ottiche diverse.
Ciò che resta sicuro è lo spunto di partenza e le note dell’autore alla fine. In entrambi i casi si arriva ad una persona vera, ad una esperienza personale e ad un mutismo vissuto a modo proprio. Una donna, la moglie dell’autore, che lui ringrazia per l’idea narrativa, che ha regalato al proprio marito amore e vissuti, e che ha fornito a noi che leggiamo, una traccia del proprio mondo interiore, nel quale si è al contempo vittime e carnefici, eroi e criminali, impotenti e straordinari, condannabili e assolvibili.
Poi c’è la vita, quella che accade nonostante tutto e malgrado tutti, che qualcuno vede come punizione e altri come premio, ma che in effetti è più che altro un grande luogo di opportunità, che ciascuno può cogliere e far fiorire, dando un senso proprio a ciò che sembra averlo perso.
Ed ecco che è esattamente questo, volendo richiamare il titolo dell’ultimo paragrafo di questa storia, ciò che resta di Viola.

Paola Ancarani – Psicologa, Counselor, Mediatrice familiare