Iniziare un percorso di aiuto o di supporto può essere un gesto di grande coraggio, soprattutto quando si tratta di affrontare il mutismo selettivo o le difficoltà legate all’ansia sociale.
Ci sono persone che ci contattano dopo aver cercato informazioni sul mutismo selettivo per settimane, mesi, a volte per anni. Sono genitori che cercano di capire cosa stia succedendo ai propri figli e desiderano indicazioni, strumenti e qualcuno che li aiuti a orientarsi. Oppure, ci sono adulti che arrivano al mutismo selettivo dopo un percorso ancora più lungo. Persone che, magari a distanza di molti anni, incontrano una descrizione nella quale si riconoscono. Improvvisamente, tante esperienze del passato sembrano acquisire un significato diverso: le parole che non riuscivano a pronunciare, le situazioni evitate, la fatica nelle relazioni, il disagio a scuola o sul lavoro. In questi casi spesso arriva una domanda: “E se quello che ho vissuto avesse finalmente un nome?”
Chiedere aiuto rappresenta uno step difficile da compiere, che può essere accompagnato da timori, incertezze e paura di non essere compresi o di non farcela, una dinamica che in associazione incontriamo molto spesso: “Vi contatto perché ne ho bisogno…” ma poi si rimanda!
A volte riescono a scriverci, raccontano con urgenza la propria situazione, chiedono informazioni e concordano un appuntamento. E proprio a quel punto può accadere qualcosa di apparentemente paradossale: l’incontro viene rimandato, spostato, annullato. A volte viene nuovamente fissato e poi rinviato ancora.
Per chi conosce il mutismo selettivo e le difficoltà associate all’ansia, questa dinamica è tutt’altro che incomprensibile. Chiedere aiuto significa entrare in relazione con qualcuno, raccontare qualcosa di sé ed esporsi, anche se in un contesto accogliente e professionale. Per una persona che ha sperimentato a lungo il silenzio o per i genitori che hanno vissuto a lungo le difficoltà dei propri figli, anche il primo contatto può diventare impegnativo. Per questo, un rinvio di un appuntamento non viene MAI letto come disinteresse, come scarsa motivazione o mancanza di volontà. Ma viene letto come una modalità con la quale una persona cerca di gestire qualcosa che, in quel momento, percepisce come troppo difficile. Soprattutto nelle persone che solo in età adulta si rendono conto di aver sofferto del disturbo, comprendere il passato apre a nuove domande. Da una parte può esserci il sollievo di trovare una possibile chiave di lettura del proprio vissuto; dall’altra, possono emergere domande intense: “Perché nessuno se n’è accorto?”, “Avrei potuto essere diverso?”, “Cosa sarebbe successo se lo avessi capito prima?”
Non è necessario trovare tutte le risposte contemporaneamente. Comprendere il proprio funzionamento può essere un percorso, e i percorsi non devono necessariamente iniziare con un grande passo e soprattutto possono essere avviati a qualunque età. Il primo contatto può essere costruito insieme, individuando modalità che rispettino i tempi e le possibilità della persona. Si può iniziare dal ripartire da una semplice e-mail, da un messaggio scritto, da una breve telefonata, se possibile e sostenibile, per poi passare a una videochiamata o, quando la persona lo desidera, a un incontro in presenza. L’obiettivo non è risolvere immediatamente a una situazione problematica, ma costruire condizioni sufficientemente sicure per sperimentare gradualmente nuove possibilità. Procedere per piccoli passi è parte del percorso psicoeducativo.
E se non solo uno, ma più appuntamenti vengono rimandati? Non ci scoraggiamo. Il rinvio non è un fallimento, ma un’informazione preziosa che ci aiuta a comprendere quanto sia difficile, in quel momento, affrontare il contatto e cercare modalità più appropriate per avvicinarci. Quando un messaggio arriva nella nostra casella di posta, è già un grande passo. Non possiamo sapere se, dopo averlo inviato, chi ci contatta si senta sopraffatto e decida di rimandare l’appuntamento. Quel singolo messaggio, tuttavia, racconta una storia di grande coraggio: almeno per un momento, quella persona ha trovato la forza di chiedere aiuto.
Per i genitori, il primo passo può essere chiedere informazioni per i propri figli; per i ragazzi, trovare qualcuno che comprenda ciò che stanno vivendo; per gli adulti, dare un nome a esperienze rimaste a lungo senza spiegazione. E tutti questi percorsi possono cominciare da punti diversi: una telefonata chiusa prematuramente, una mail non ancora inviata, un messaggio scritto e riscritto molte volte, un appuntamento fissato e poi rimandato. Se avete cercato aiuto e poi avete avuto paura di fare il passo successivo, non pensate di aver perso la vostra occasione. Possiamo ricominciare da lì, con calma e modalità concordate insieme: un passo alla volta.
Queste esperienze ci ricordano quanto sia importante distinguere tra il desiderio di stare meglio e la possibilità, in un determinato momento, di affrontare ciò che potrebbe essere necessario per farlo. Chiunque di noi può desiderare profondamente un cambiamento e, allo stesso tempo, provare ansia di fronte al primo passo concreto. In condizioni caratterizzate da una forte componente ansiosa, l’evitamento può ridurre il disagio nell’immediato, ma rendere più difficile affrontare successivamente la situazione. Per questo, è importante ricordare che dietro un rinvio può esserci ancora molta ansia, ma non necessariamente mancanza di volontà. Lavorare per piccoli passi significa individuare modalità che permettano di sperimentare gradualmente la relazione con l’altro, senza sentirsi immediatamente costretti a superare tutte le proprie difficoltà. La relazione di aiuto, infatti, non comincia necessariamente quando la persona entra nello studio o accede a una consulenza in videochiamata. Può iniziare molto prima, nel momento in cui trova il coraggio di scrivere: “Avrei bisogno di aiuto”.
Donatella Pes – Psicologa, Direttore Aimuse