Tra le emozioni che possono intrecciarsi con il mutismo selettivo, la vergogna occupa un posto importante. Comprendere il rapporto tra mutismo selettivo e vergogna significa andare oltre il silenzio visibile per riconoscere il vissuto emotivo dei bambini e degli adolescenti.
Ma andiamo con ordine: la vergogna è un’emozione sociale che emerge quando percepiamo, o temiamo, che gli altri possano giudicarci negativamente, considerarci inadeguati o notare qualcosa di noi che vorremmo nascondere. Nel mutismo selettivo, questa emozione può manifestarsi attraverso la paura di attirare l’attenzione, di commettere errori, di parlare con una voce insolita o di non riuscire a rispondere quando qualcuno fa una domanda.
Specialmente per gli adolescenti, essere invitati a parlare davanti alla classe non rappresenta semplicemente una difficoltà comunicativa, ma una situazione vissuta come una minaccia. Il timore di non riuscire a pronunciare nemmeno una parola può aumentare l’ansia, irrigidire il corpo e rendere ancora più difficile parlare. Chi si sente osservato, può sperimentare una crescente sensazione di esposizione e vulnerabilità.
Il circolo vizioso tra silenzio e vergogna
Il rapporto tra mutismo selettivo e vergogna può svilupparsi attraverso un circolo vizioso. Inizialmente, una situazione sociale provoca ansia e impedisce alla persona di parlare. Il silenzio, a sua volta, può attirare domande, sguardi o commenti da parte degli altri. Frasi come «Perché non parli?», « A casa perché parli e qui no?» possono essere pronunciate senza intenzioni negative, ma rischiano di aumentare il senso di esposizione.
Il rapporto tra mutismo selettivo e vergogna è un legame reciproco. La vergogna può precedere il silenzio, ma può anche essere generata dalle conseguenze sociali del silenzio stesso, specialmente in adolescenza, infatti interviene sia prima del comportamento, come timore dell’esposizione, sia dopo, come giudizio negativo su di sé. Non parlare può ridurre temporaneamente il disagio dell’esposizione, ma rischia di limitare le opportunità di sperimentare interazioni positive e di acquisire fiducia. Di conseguenza, il malessere aumenta e il silenzio diventa ancora più probabile la volta successiva.
Come aiutare senza aumentare la vergogna
La prima forma di aiuto consiste nel riconoscere che qualsiasi silenzio non è una provocazione né una decisione volontaria. È fondamentale quindi evitare rimproveri, pressioni, confronti con i coetanei e richieste insistenti di parlare. Anche lodare pubblicamente un bambino o il ragazzo perché è finalmente riuscito a dire una parola può renderlo eccessivamente al centro dell’attenzione e aumentare la vergogna.
L’obiettivo non è costringere qualcuno a parlare, ma aiutarlo a sentirsi sufficientemente al sicuro da poterlo fare. Comprendere il legame tra mutismo selettivo e vergogna significa riconoscere quanto il bisogno di proteggersi dall’essere al centro dell’attenzione e dal giudizio possa interferire con la comunicazione. Dietro il silenzio spesso c’è frustrazione e desiderio di partecipare, non mancanza di interesse o di volontà.
Ridurre la vergogna significa, prima di tutto, smettere di trasformare la parola in una prova da superare. Quando, specialmente gli adolescenti, non si sentono più costantemente osservati, sollecitati o confrontati con gli altri, possono iniziare a vivere le relazioni con maggiore serenità e leggerezza. Il cambiamento richiede tempo, pazienza e un sostegno adeguato. Non si tratta semplicemente di far parlare qualcuno, ma di aiutarlo a recuperare fiducia nelle proprie capacità e sicurezza nelle relazioni. Il silenzio, in questa prospettiva, non è un difetto da correggere attraverso la pressione, ma un segnale di difficoltà da accogliere, comprendere e superare.
Emanuela Iacchia – Psicologa e psicoterapeuta, Direttore del Comitato scientifico Aimuse