Capire il silenzio attraverso l’ICD-11

A cosa si fa riferimento quando si parla di ICD-11?

Quando si parla di ICD-11, si fa riferimento all’undicesima revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie, il sistema elaborato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per catalogare in modo ufficiale e condiviso tutte le malattie e i disturbi. Si tratta, in termini semplici, di un grande elenco internazionale che assegna a ogni problema di salute un nome preciso e un codice specifico. Questo sistema è utilizzato da professionisti, ospedali e servizi sanitari di tutto il mondo con un obiettivo fondamentale: supportare la diagnosi, raccogliere dati statistici e organizzare in modo efficace le cure.

Perché è così importante?

L’ICD-11 permette ai Paesi di tutto il mondo di parlare lo stesso linguaggio medico. Immaginiamo una situazione: un professionista sanitario effettua una valutazione clinica attraverso colloqui, esami o test e identifica un disturbo o una malattia. A quel punto consulta l’ICD-11, dove trova il codice corrispondente alla diagnosi formulata. Inserendo quel codice nella documentazione sanitaria, ha la certezza che esso sarà riconosciuto ovunque nel mondo allo stesso modo. In altre parole, un determinato disturbo che possiede un certo codice in Italia avrà lo stesso identico codice, per fare un esempio, anche in Giappone o negli Stati Uniti. Questo garantisce uniformità, chiarezza e continuità nelle comunicazioni sanitarie a livello globale. È importante sottolineare che il codice non sostituisce la valutazione clinica del medico: rappresenta semplicemente uno strumento standardizzato per registrare e comunicare la diagnosi in modo chiaro e condiviso a livello internazionale.

L’ICD-11 è entrato ufficialmente in vigore a livello internazionale il 1° gennaio 2022. La versione in lingua italiana è stata resa disponibile a partire dal 3 novembre 2025, segnando un momento importante per l’adozione uniforme del sistema anche nel nostro Paese.

Come ci riguarda nel mutismo selettivo?

Quando parliamo di mutismo selettivo, il modo in cui questo disturbo viene classificato nei manuali diagnostici non è un dettaglio tecnico riservato agli addetti ai lavori ma influisce direttamente e significativamente sul modo in cui viene compreso, valutato e trattato. Per comprenderne l’importanza, è utile fare un passo indietro e confrontare la definizione presente nella precedente versione della classificazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ICD-10, con quella attuale dell’ICD-11.

Nell’ICD-10 il mutismo selettivo è classificato con il codice F94.0 – Mutismo elettivo, all’interno dei “Disturbi del funzionamento sociale con esordio specifico nell’infanzia e nell’adolescenza” e viene riportato come segue:

F94.0 – Mutismo elettivo

E’ caratterizzato da una marcata selettività nel parlare, emozionalmente determinata, per cui il bambino dimostra competenza linguistica in alcune situazioni, ma evita di parlare in altre (ben individuabili). In genere il disturbo è associato con marcate caratteristiche di personalità, comprendenti ansia nei rapporti sociali, chiusura, ipersensibilità, o oppositività. Mutismo selettivo. Escl.: mutismo transitorio che rientra nell’ansia da separazione del bambino piccolo (F93.0) schizofrenia (F20.-) disturbi evolutivi globali (F84.-) disturbi evolutivi specifici dell’eloquio e del linguaggio (F80.-)

In questa classificazione emergono alcuni aspetti centrali: viene data enfasi sull’“elettività” del silenzio, con il rischio di interpretare il silenzio come un atto volontario; c’è una minore esplicitazione del ruolo dell’ansia; c’è una scarsa integrazione con i disturbi d’ansia. Una impostazione che nel tempo ha spesso portato a fraintendimenti clinici, con il rischio di attribuire il comportamento del bambino a oppositività, manipolazione o disturbo relazionale.

Nell’ICD-11 il mutismo selettivo è riclassificato come

6B06 – Mutismo Selettivo ed è inserito all’interno dei “Disturbi d’ansia o correlati alla paura” (Vedi in allegato l’estratto)

Questo cambiamento non è solo formale, ma riflette un’evoluzione importante nella comprensione del disturbo. C’è chiarezza sul ruolo centrale dell’ansia sociale; un esplicito allineamento con i modelli psicopatologici contemporanei; una marcata esclusione dell’interpretazione volontaria del silenzio e una maggiore coerenza con il DSM-5 TR e con la letteratura scientifica recente che riguarda il mutismo selettivo. L’ICD-11 sottolinea che l’incapacità di parlare è involontaria e legata a una risposta di tipo ansioso, spesso di tipo fobico, in specifici contesti sociali. Il cambiamento introdotto dall’ICD-11 ha rilevanti implicazioni cliniche: migliore accuratezza diagnostica; riduzione dello stigma e delle interpretazioni colpevolizzanti; maggiore appropriatezza degli interventi terapeutici; facilitazione del lavoro multidisciplinare e della comunicazione clinica. La nuova collocazione diagnostica favorisce inoltre una diagnosi differenziale più chiara rispetto ai disturbi del linguaggio, ai disturbi dello spettro autistico e ai disturbi oppositivo-provocatori.

C’è, insomma, un importante cambiamento di prospettiva.

Il passaggio da ICD-10 a ICD-11 rappresenta dunque un cambiamento molto significativo nella comprensione del mutismo selettivo. La sua riclassificazione come disturbo d’ansia promuove un approccio clinico più coerente con le evidenze scientifiche attuali e maggiormente centrato sul funzionamento emotivo del bambino, contribuendo a superare letture riduttive o colpevolizzanti del comportamento silenzioso.

Le informazioni di questo articolo si basano sui manuali diagnostici internazionali ICD-10, ICD-11 (Descrizioni Cliniche e Requisiti Diagnostici per i disturbi mentali, comportamentali e del Neurosviluppo – Raffaello Cortina Editore), DSM-5 TR e sulla letteratura scientifica più recente sul mutismo selettivo.

Dott.ssa Donatella Pes, Psicologa, in corso di specializzazione in Psicoterapia sistemico-relazionale