Paul MacLean neuroscienziato americano, nei primi anni ’70 propone la teoria del cervello tripartito, una semplificazione accademica del funzionamento del cervello, molto utile per spiegare come lavora la mente e di conseguenza come noi agiamo. Questa teoria trova le sue basi negli studi della psicologia evoluzionista secondo cui gli organismi viventi si modificherebbero gradualmente nel tempo adattandosi all’ambiente. Ma perché è importante per noi conoscere la teoria di MacLean?
Ecco perché: A tutti è capitato di sperimentare come in alcune situazioni la nostra mente ci faccia agire in un modo che non ha nulla a che fare con la logica. Ripensando poi a quelle situazioni, ci rendiamo conto che non tutto ciò che abbiamo fatto derivava dal ragionamento ed era sensato, ma è come se a volte fossimo più impulsivi, altre più emotivi, altre più razionali. Ma questo perché succede?
MacLean distingue tre parti del cervello, ognuna con funzioni distinte, vediamole. Il primo cervello è quello rettiliano ed è la parte più antica dal punto di vista evoluzionistico, dal momento che è paragonabile, per finalità e modalità di funzionamento, al cervello di un rettile. Si attiva nei momenti in cui è richiesta massima velocità di esecuzione, per esempio nei casi di rischio di vita, è istintivo e funziona in termini relazionali secondo una logica di attacco, fuga o congelamento, ovvero ci predispone a scappare, ad attaccare o a immobilizzarci di fronte a un pericolo reale o immaginato. Quando i nostri bambini con MS si “ghiacciano”, è questa parte della mente ad essere coinvolta, agiscono prima ancora ad aver conferma del pericolo e lo fanno in modo automatico.
La seconda parte è il cervello limbico e si occupa di quello che concerne la nostra vita relazionale ed emotiva: ci permette di sentire emozioni e di provare sentimenti. Un bambino, più è piccolo, più usa questa parte provando emozioni e sentimenti, senza esserne totalmente consapevole. Il cervello degli adolescenti è prevalentemente limbico nel senso che, più che pensare, “loro sentono” e lo fanno con grande intensità. L’ansia è così forte, in chi soffre di MS, che tutto il resto non conta più. Dire ad un ragazzo che il suo silenzio lo porterà alla bocciatura o a restare escluso dagli amici, ha poco impatto perché l’obiettivo, nell’immediato per lui, è liberarsi dalla paura, dalla vergogna o dall’imbarazzo che sente o che sentirà parlando. Nel sistema limbico, l’ippocampo in quanto sede della memoria emotiva permette di ricordare le informazioni sensitive-sensoriali relative agli eventi vissuti e l’amigdala, che gioca un ruolo chiave nella formazione e nella memorizzazione dei ricordi associati a eventi emotivi, è responsabile del cosiddetto condizionamento della paura. Se non si interviene si innesca un circolo vizioso difficile da sciogliere.
Infine la neo-corteccia, l’ultima in termini evolutivi è la sola che ci distingue realmente dagli altri mammiferi. La neo-corteccia ci consente di sapere di esistere, di impegnarci in progetti complessi e creativi, di dedicarci a pensare al nostro futuro e desiderarlo migliore. Quando le cose funzionano bene, in modo integrato, le tre aree cerebrali dialogano tra loro. Attraverso la neo-corteccia è possibile inibire gli istinti se è necessario e accorgersi di come i pensieri, le emozioni e i comportamenti conseguenti, siano collegati. Possiamo comprendere come i pensieri creano le emozioni e come poterle regolare. Il più delle volte è il pensiero che produce l’ansia e non la realtà. Chi soffre di MS deve essere aiutato a conoscere la teoria del cervello tripartito per poter comprendere che è possibile superare l’ansia del futuro o il ricordo della paura del passato che blocca il presente, anche attraverso una maggior consapevolezza di come agisce il cervello. Quando le funzioni sono integre e tutte accessibili, siamo nell’ambito del buon funzionamento psichico che rende più facile la relazione con se stessi e con gli altri.
Emanuela Iacchia – psicologa e psicoterapeuta, direttore del Comitato scientifico Aimuse