CALABRIA: una chiusura col botto!

Ottima la chiusura d’anno con Aimuse in Calabria.

Ben 4 i seminari tra novembre e dicembre, tutti fonte di grandissima soddisfazione e di speranza per i bambini e ragazzi con le loro famiglie e insegnanti. Un movimento che continua imperterrito a toccare i territori delle provincie della regione e che prepara ad un futuro che crediamo sempre più forte e incisivo.

Stavolta non solo le foto potranno raccontare qualche momento di questi eventi, ma la relazione degli alunni di una quinta classe dell’istituto di Palmi, che hanno assistito al seminario e che chiude questo piccolo resoconto, con un titolo da loro scelto e quanto mai significativo: il frastuono del silenzio.

Niente di meglio per salutare il 2018 col… botto.

AUGURI a tutti

il 9 novembre a Castrovillari (CS)

il 23 novembre a Pizzo Calabro (VV)

il 30 novembre a Palmi (RC)

il 14 dicembre a Trebisacce (CS)

Il frastuono del silenzio

È interessante notare quanto un “semplice” silenzio possa nascondere molteplici sentimenti soprattutto negativi che, il più delle volte, si tende a sottovalutare. Questi possono essere sintomo di un disturbo che, se non affrontato in tempo, lascerà il segno nella vita di chi ne soffre. Da ciò che abbiamo potuto ascoltare, il Mutismo Selettivo è un fenomeno poco conosciuto, e per questo definito “raro”; chissà quanti casi esistono in giro per il mondo che, per la scarsa conoscenza e informazione su questo disturbo, non vengono riconosciuti e quindi dichiarati: chissà quante vite potrebbero o, purtroppo ormai, sarebbero potute cambiare. Abbiamo trovato interessante scoprire “come riconoscerlo” e soprattutto “cosa fare” nel momento in cui lo si incontra: conoscere aiuta a mettersi nei panni di chi è costretto a vivere nella situazione in cui vorrebbe comunicare (che sta alla base di ogni relazione), ma non riesce a farlo. Ci prova con tutto se stesso, ma niente, non ci riesce, e lo abbiamo potuto notare dalle diverse immagini e filmati a noi proposti. Tutto ciò può essere captato dall’inespressività del volto (il caratteristico volto da “vorrei ma non posso”) e anche dalla difficoltà dei bambini o dei ragazzi a mantenere il contatto visivo con l’interlocutore. Inoltre, il termine “Mutismo Selettivo”, come lo definiscono gli esperti, non è propriamente adatto ad indicare questo disturbo, così come spiega la dott.ssa Paola Ancarani, referente A.I.MU.SE. per la Calabria; “selettivo” sta ad indicare che il bambino è come se “selezionasse”, appunto, con chi parlare e con chi non parlare ma, purtroppo, sappiamo che non c’è niente di più sbagliato in ciò, poiché chi ne soffre non è in grado di “scegliere” assolutamente niente. Il termine più adatto sarebbe allora “Mutismo Situazionale”, poiché questo disturbo è propriamente un disturbo d’ansia che si manifesta, quindi, a seconda delle situazioni e di conseguenza del forte impatto emotivo che esse hanno sul bambino. Abbiamo inoltre appreso che non esiste una vera e propria causa, bensì una serie indefinita di cause; la scuola non è principalmente una di queste, ma potrebbe diventarlo a causa di insegnanti insensibili, poco attenti ai problemi degli alunni e soprattutto poco (o per niente) informati su questo disturbo, ma anche perché in essa si richiede la cosiddetta “performance”: stare al centro dell’attenzione, con decine e decine di occhi puntati, magari ad un’interrogazione, ad un compito o soltanto per chiedere di andare in bagno, è ciò che potrebbe “bloccare” il bambino o il ragazzo. Assistendo a questo interessantissimo convegno abbiamo appreso informazioni essenziali e indispensabili su questa condizione legata all’ansia, argomento che, secondo noi, dovrebbe essere maggiormente trattato in classe, assieme a tutte le altre problematiche connesse in qualche modo all’apprendimento: informazioni fondamentali per il nostro corso di studi e per chi come noi, nel futuro, vorrà intraprendere una carriera volta all’insegnamento o, comunque, aperta al mondo dell’educazione.

Palmi, 30/11/2018

Gli studenti della 5a AS:

Concetta Francesca Fondacaro

Aurora Gullo

Elena Camelia Teleasa

Francesco Pio Ceravolo

Il vostro aiuto per le vacanzine terapeutiche di AIMUSE

Anche quest’anno, Aimuse organizza le “Vacanzine terapeutiche”, un Programma di Terapia Residenziale per aprirsi alla parola: quest’estate siamo ad Ispra nella CASA DI DON GUANELLA sul Lago Maggiore.

Le Vacanzine hanno consentito di ottenere straordinari risultati aiutando, tra l’altro, non solo i bambini ma anche tanti ragazzi più grandi a uscire dal silenzio dopo un’infanzia e un’adolescenza segnate da questo disagio.

Il nostro desiderio è che NESSUNO debba sentirsi sconfitto e per questo chiediamo il vostro aiuto. Per poter pensare anche a quei bimbi e ragazzi che non hanno alle spalle una famiglia abbastanza forte sia sul fronte economico che sociale, non in grado di dare un supporto adeguato.
Accogliamo come nostri questi bambini e ragazzi permettendo anche a loro di accedere alle “vacanzine”. Quel che vi chiediamo è un impegno anche minimo:

  • Effettuare una donazione di qualsiasi importo, anche piccolissimo, con causale “per vacanzine terapeutiche(donando tramite PayPalo a mezzo di versamento sul C/C bancario intestato a AIMUSE IBAN IT25U0103001024000061201303 – Monte dei Paschi di Siena)
  • Entrare a far parte di questa grande famiglia iscrivendovi ad Aimuse (vedi modalità su www.aimuse.it);
  • Donare il vostro 5×1000;

Per qualsiasi informazione sulle Vacanzine Aimuse 2018 contattateci presso vacanzina@aimuse.it

Ogni singola goccia d’acqua è INDISPENSABILE per formare un oceano…

Per una descrizione dei soggiorni terapeutici intensivi clicca qui:
http://www.aimuse.it/2018/05/vacanzina-2018/

Marica

Marica
(di  Chiara – la maestra )

A settembre ho iniziato l’anno entrando quasi “all’improvviso” in una classe quinta per poche ore, una volta a settimana. Una bella classe, molto numerosa, chiacchierona e vivace. Ogni ragazzino e ogni ragazzina per me erano una nuova scoperta, la scoperta soprattutto delle loro caratteristiche.

Un’alunna in particolare mi ha colpita, non avevo informazioni su di lei, ma la cosa “strana” era il suo silenzio e il suo sguardo apparentemente assente. Mille pensieri e domande: estrema timidezza? Paura? Ho presto capito di aver avuto fortuna ad incontrare questa meravigliosa bambina, ho scoperto piano piano che la sua voce era un sussurro all’orecchio della compagna di banco, i suoi voti ondeggiavano tra alti e bassi…più bassi che alti, in realtà.

In poco tempo le colleghe mi danno risposta… Mutismo selettivo. Ho cominciato a studiare, a informarmi, a leggere, a fare domande per conoscere. Ho imparato in quei primi mesi ad accogliere i suoi silenzi e le parole dette tramite la sua compagna di banco o i sussurri all’orecchio. Giorno dopo giorno ho visto M. fare dei tentativi con lo sguardo di rispondere come i compagni ma anche l’impotenza di usare le parole.  Passano i mesi e “quasi per caso” mi regala, con il suo permesso, poche parole: parliamo di danza, di passioni, si apre uno spiraglio nella sua porta chiusa a chiave. Ogni suo atto di fiducia nei miei confronti mi commuove.

I suoi voti cominciano a migliorare, in classe la sua voce non è più solo un bisbiglio ma un lieve cinguettio vitale a breve distanza. Il mio cuore esplode di felicità per lei! In corridoio mi parla davanti a una compagna fidata, sempre poche gocce di parole ma che per me valgono come un mare. Da lì in poi gioie e riflessioni, passi avanti e timore di far fare un salto all’indietro. Sempre alla ricerca di consigli.  

Siamo a fine anno scolastico e prima di passare alla scuola secondaria di primo grado, come ultimo compito ho chiesto ai miei ragazzi di fare una ricerca in gruppo, ricerca che verrà esposta davanti ai compagni. Le chiedo dunque come preferirebbe gestire questo momento, se preferisce uscire solo con me o esporre in classe o … Risponde:  “Ci vorrei provare” . Mai mi sarei aspettata tanto coraggio, la pensavo ancora in viaggio. Ed eccola…è pronta. All’ultima lezione ha risposto davanti a tutti i compagni, a bassa voce, a una domanda, ha addirittura alzato la mano, ora la vedo chiacchierare a ricreazione non solo con il suo gruppetto ma anche con altri.

M. ogni giorno di più prende coraggio e osa. La mia sensazione è che per lei stia diventando normale parlare in classe. Il mio cuore esplode di felicità nel sentire cosa riporta a casa! Purtroppo non ho avuto modo di conoscere lei e la sua famiglia a fondo, di condividere il suo percorso dall’inizio, ma sento che mi è stato fatto un grande regalo nel partecipare a questo splendido cambiamento. Brava M.! E bravi anche i genitori che hanno saputo accoglierla e accompagnarla rispettando i suoi tempi. Solo la rete scuola, famiglia, specialista è la soluzione perché si accenda la luce nel buio della stanza. E in M. la luce si è accesa e i suoi occhi brillano.

Il commento del Dott’D’Ambrosio

Queste testimonianze riferiscono un magnifico risultato e vorrei riportare l’attenzione su un elemento principale: è un risultato!
Pretendere che i bambini MS parlino è una forzatura. Incoraggiare a osare parlare lo può diventare, ma non credo proprio che lo sia stato in questo caso.
Analizzo brevemente. Alcune cose sono state riportate esplicitamente, altre si intuiscono:
a) anni di lavoro = una famiglia che ha saputo attendere;
b) un percorso con una psicoterapeuta (con la quale mi congratulo) che sicuramente proseguirà e che include tecniche leggibili come gestione delle contingenze e esposizione graduale (lo si intuisce dalle descrizione);
c) immagino un ambiente scolastico favorevole sensibile, visto che abbiamo anche un’insegnante della bambina presente;
d) un’amica del cuore che c’ha messo non solo il cuore, i suoi genitori disponibili e solidali che hanno sostenuto le bambine in un percorso apparentemente naturale, ma evidentemente delicato;
c) immagino tante altre cose potenzialmente favorevoli e altre meno che sicuramente saranno state evidenziate, analizzate e gestite nei dovuti contesti.
MORALE: Il racconto di Katia e Chiara è un grande incoraggiamento per tutti e va letto in tutti i suoi capitoli, compresa la storia di come prima di incoraggiare Marica a osare parlare c’è stato un lavoro,quello che in qualche caso sarà breve, in altri lungo, in qualche caso lunghissimo. Poiché è una carta che ci si può giocare poche volte, bisogna farlo al momento giusto, e questo è uno di quei casi.

Chi trova un amico, trova un tesoro

La storia di Marica
(di Katia, la mamma)

Per Marica l’asilo è stato silenzio: Marica giocava poco con gli altri bambini, ai compleanni restava sempre attaccata a me. Alessia era in un’altra sessione: Alessia e Marica si sono incontrate solo in prima elementare.

Il primo anno di elementari era iniziato con qualche parola, scomparsa nel giro di qualche mese così, al termine dell’anno scolastico, abbiamo deciso di interrompere il percorso di psicomotricità che stava seguendo Marica per iniziare un percorso guidato da una psicologa. A quel tempo Marica riusciva a parlare solo con 20 persone, inclusi i parenti, mentre a tutti gli altri rispondeva solo sì o no con la testa e indicando.

Marica cercava amici ma aveva paura dei loro giudizi, giocava solo se invitata, comunicava a cenni. Fino alla terza elementare Marica si trovava a giocare in un gruppo in cui non amava particolarmente stare, perché il gioco era “mamma casetta” e il ruolo che le veniva assegnato era “la bambina da prendere in braccio”, ovviamente veniva gestita dalle compagne più impositive e ne soffriva. Nonostante i genitori cercassero di modificare queste dinamiche, le bambine continuavano a prenderla in braccio e a trattarla come una piccolina di due anni.

In terza elementare Marica era arrivata a bisbigliare con qualcuno, partecipava ai  giochi correndo, c’era qualche sorriso, ma nascosto con la mano davanti alla bocca. Con un’insegnante, Marica comunicava inviando messaggi vocali registrati via Whatsapp. Invitavamo bambini a casa nostra, ma loro non riuscivano a legarsi a Marica: i bambini si divertivano, ma i bisbigli e i segni non aprivano un canale sufficiente a instaurare una grande amicizia e nell’ambiente scolastico Marica ritornava a essere chiusa.

Lei aveva delle preferenze sulle bambine con cui avrebbe voluto giocare, e fra loro c’era Alessia, una bambina solare, sempre sorridente, anche quando non sorride apertamente gli occhi sono sempre pronti al sorriso. Alessia è una bambina che ama stare con tutti; ma per Marica le occasioni per stare insieme ad Alessia erano poche, perché Alessia era chiamata a giocare da tutte le bambine e Marica non aveva la forza di attirare la sua attenzione. In realtà Alessia aveva già dato un posto nel suo cuore a quella bambina che non parlava.

Il primo cambiamento è arrivato in quarta quando in classe è arrivata una nuova bambina, Giada. Dopo due anni di terapia con la psicologa, Marica si sentiva pronta a proporsi verso una bambina nuova e Giada aveva la forza di chiamare al gioco Alessia, così si è formato un trio Marica-Alessia-Giada.
A casa nostra, le tre bambine erano tutto un correre e un bisbiglio, a quel punto ho chiesto a Marica di parlare: è diventato normale parlare con loro a casa nostra purché non ci fossero altri, mentre a scuola continua a limitarsi al bisbiglio.

La tecnica del parlare all’orecchio era usata anche dalle insegnanti, secondo le istruzioni della psicologa in classe si doveva procedere con un esercizio quotidiano per aumentare progressivamente la distanza, ma il progetto non era stato preso seriamente. Tanti anni di mancati progressi aveva sfiduciato le maestre, il progetto è stato abbandonato quando, in quarta, a seguito di troppi impegni extrascolastici (Comunione, esame di danza) sono iniziati attacchi di panico in classe.

In quinta elementare abbiamo iniziato a vederci regolarmente anche con la famiglia di Alessia. A marzo il papà di Alessia ci ha raccontato del disagio che Alessia stava vivendo: Alessia stava soffrendo nel farsi vedere dalle altre amiche a bisbigliare con Marica, temeva di venire isolata dalle altre compagne. La psicologa ha chiesto a Marica di aumentare le distanze con cui parlava ad Alessia in classe arrivando a parlarle a 20 cm dall’orecchio, così da aumentare il volume della voce, ma Marica non si applicava regolarmente, così a Pasqua, c’è stata una crisi: “Alessia oggi non voleva stare con me”. Abbiamo così parlato col papà di Alessia. Le due amiche non si parlavano più da due giorni, entrambe erano disperate: Alessia era arrabbiata perché Marica non si sforzava di parlare normalmente. Marica ci teneva troppo alla sua amica del cuore, Alessia ci teneva di più.

Da quel momento Alessia ha stabilito di gestire le distanze da cui si dovevano parlare a scuola, Marica tornava a casa dicendomi “Mamma a ricreazione ho parlato a voce normale con Alessia e nessuno si è girato a guardarmi”; anche i genitori di Alessia, all’ennesima serata che Marica passava a casa loro, si sono imposti chiedendole di parlare normalmente. Le maestre notavano in Marica un atteggiamento sempre più sereno, ma il passo successivo è stato inatteso.

In classe erano programmate esposizioni di ricerche: una prima di geografia che Marica aveva preparato con un’altra bambina, una seconda di scienze preparata con Alessia. Le maestre erano preoccupate, mi dicevano: “Se Marica si blocca, potrebbe regredire”, ma Marica voleva esporre, voleva leggere in classe, perché Alessia ci teneva. La psicologa si è sentita con l’insegnante di geografia per rassicurarla che Marica era pronta.

A questo punto mi sono incontrata con tutte le insegnanti, ho chiesto loro una prova di coraggio: che chiedessero a Marica di parlare ad alta voce. Marica voleva essere interrogata soprattutto in scienze, adora la sua maestra Chiara conosciuta solo in quinta. Le maestre erano ancora titubanti verso la mia richiesta, erano certe che fosse la forzatura che era stata raccomandata da evitare per anni.

La prima esposizione è stata in geografia, la maestra l’ha invitata a mettersi dove preferiva anche vicino alla cattedra, Marica ha voluto stare lontano dalla cattedra, in piedi vicino alla prima fila, per dover parlare a voce alta dando le spalle ai compagni. La maestra ha sentito la voce uscire dalla sua bocca, la stessa che sentiva nei messaggi di Marica via Whatsapp; è cambiato tutto: la maestra ha cambiato opinione su Marica, ha visto che è ricca di risorse.

Questi anni di ansie hanno minato il rendimento scolastico di Marica incidendo sulla valutazione delle insegnanti. Dal quel momento, le altre maestre, sentito il risultato, hanno ripreso fiducia in Marica, ora non passa giorno che non le chiedano di leggere o di rispondere a una domanda, e Marica commenta: “E’ come se avessi sempre parlato”.

L’ultima sfida di questo percorso scolastico sarà lo spettacolo teatrale che si terrà l’ultimo giorno di scuola, in cui Marica reciterà una parte.

E Alessia? Alessia è al suo fianco, in prima linea con Marica e per Marica. A settembre inizieremo il nuovo percorso scolastico, alle medie, Marica e Alessia assieme. Marica continuerà ad essere seguita dalla psicologa.

Con i genitori di Alessia continua un rapporto di amicizia e collaborazione per affrontare la vita, perché a questo punto posso credere che un domani Marica avrà una vita normale.

PILLOLE di PARENT TRAINING. I Killer dell’autostima: i non detto

Ed eccoci all’ultimo degli spietati killer che cercano di danneggiare l’autostima, dopo l’inqui-sizione, i giudizi, le parole a tutti i costi, le etichette e le sostituzioni, chiudiamo con il n. 6.

Killer N. 6: I NON DETTO

Può essere accaduto che i nostri genitori o le persone che sono state significative per la nostra crescita ci abbiano inviato messaggi nascosti, così noi siamo cresciuti portandoci un peso che non sappiamo nominare, ma che ci curva la schiena. Questa soma si configura quando da piccoli ci siamo misurati con le domande esistenziali, quelle che ci hanno condotto a costruire lo schema con cui decodifichiamo noi stessi, il mondo e la relazione tra noi ed esso.

  • Quanto sono importante per gli altri?

  • Chi mi circonda risponde alle mie richieste?

  • Posso contare su qualcuno quando ne ho bisogno?

  • Chi mi conosce è contento di stare con me?

  • Cosa è davvero spaventoso per me?

  • Posso esprimere i miei sentimenti?

  • Posso dire quello che penso?

  • Cosa mi piace?

  • Come posso comportarmi?

  • Posso sentirmi capace/competente?

Se crescendo abbiamo riempito il nostro magazzino esistenziale di risposte positive, allora avremo le scorte sufficienti a far fronte alle inevitabili delusioni, frustrazioni, imprevisti ecc. che troveremo sul nostro cammino, in caso contrario il nostro magazzino sarà pieno di buchi.

I non detto sono messaggi che si insinuano come fa la polvere passando dalle fessure sotto le porte o tra gli infissi. Sono quelli che alcuni definiscono “ingiunzioni”, ossia messaggi di fastidio, sfiducia, disappunto, divieto, insufficienza, che si trasformano per i bambini in condizionamenti che mettono il giogo su ogni loro decisione ed azione, perseguitandoli ben oltre l’età infantile ed adolescenziale.

Se ci pensiamo e percepiamo bene noi stessi, riconosceremo i nostri gioghi, così potremo individuare le ingiunzioni del killer n.6 che sono:

  • non esistere (ovvero: il tuo essere al mondo crea ingombro/fatica)

  • non sentire (ovvero: le tue emozioni sono troppe e troppo intense)

  • non pensare (ovvero: non usare la tua testa ma esegui quello che ti viene indicato)

  • non fidarti, non essere intimo (ovvero: diffida perché prima o poi gli altri ti faranno male)

  • non essere te stesso (ovvero: quello che fai/dici/senti è inopportuno, imbarazzante, inadeguato)

  • non essere un bambino (ovvero: comportati come se fossi un adulto responsabile e maturo)

  • non crescere (ovvero: non ce la puoi fare, quindi per sopravvivere hai bisogno di dipendere)

I non detto generano fantasmi che ci seguono ovunque ed è facile che suggeriscano all’orecchio frasi e azioni che, nostro malgrado, consegnano ai nostri figli dei minuscoli ectoplasmi, che inevitabilmente peseranno sulla loro autostima.

Il solo rimedio contro questo famelico, quanto subdolo killer, è lavorare su se stessi, infatti più gli adulti diventano consapevoli delle ingiunzioni che li condizionano e più faranno da genitori al proprio figlio interiore, dandogli le autorizzazioni che riparano i buchi del proprio magazzino esistenziale.

Senza questo difficilmente sapranno come aiutare e guidare i loro veri figli a costituirne uno loro, che sia solido e florido. Mai come in questo caso le buone intenzioni non servono e, mai come nel caso del mutismo selettivo, è fondamentale capirlo e agire di conseguenza.

Quindi cari genitori siate sinceri e coraggiosi, ripercorrete la vostra storia personale, ricongiungetevi con i vostri dolori e lenite le ferite che ancora sanguinano, perché questo farà di voi gli esempi viventi che abbatteranno i killer che ledono l’autostima di cui i vostri figli hanno grandissimo bisogno.

Dr.ssa Paola Ancarani

Mediatrice familiare e Counsellor

Referente A.I.Mu.Se. Calabria