Lettera di una maestra

Quali sono i sentimenti di un’insegnante che si trova improvvisamente di fronte un nuovo alunno che non parla? Nessun contatto, nessun segnale.
Eleonora ha saputo ascoltare il silenzio, il suo cuore e ha deciso di raccontarci, con parole emozionanti, la sua esperienza.

Salve, sono Eleonora e faccio la maestra.
Un  lavoro bellissimo che adoro e che ho sempre adorato  fin da bambina. Da piccola, il mio gioco preferito nelle fredde serate d’inverno era proprio fare la maestra. Allineavo davanti a me le mie bambole ed elargivo loro nozioni di storia, italiano, matematica;  le mie piccole allieve mi fissavano mute, senza parlare. Già, ovviamente senza parlare…

Cercando nel vocabolario la parola “PARLARE”, viene definita come “comunicare con l’uso della parola”. Ma comunicare significa anche esprimere emozioni, sensazioni, tutto il bagaglio presente all’interno dell’essere umano.
Sembrerebbe facile, fino a quando non ti trovi davanti ai bambini veri, agli alunni che si fidano di te, della tua presenza e dei tuoi insegnamenti. Ho fatto la mia gavetta In giro per la Sardegna perché a quei tempi nominavano anche per un solo giorno e si andava avanti con le supplenze fino al passaggio a ruolo. Dopo tanto girovagare, vengo riavvicinata al mio paese, un piccolo centro vicino ad Olbia. Una grande responsabilità perché gli alunni, oltre ad essere un nome ed un cognome, erano anche figli di amici, conoscenti, parenti, quindi legati ad una componente emozionale maggiore. Bisognava comunque affrontare l’esperienza con filosofia e ottimismo.
Mi viene assegnata una classe prima, 17 alunni, tutti normodotati provenienti dai due asili presenti nella nostra piccola realtà. Si inizia a lavorare, a conoscersi, tutti disegnano, raccontano, chiedono, fanno domande, mostrano la normale vivacità degli alunni di una prima classe, vivacità nota a tutti.
Finalmente i miei alunni non erano più “bambolotti” che mi fissavano muti… o  meglio, osservando bene la classe un bambino mi guardava, colorava, disegnava, scriveva, ma NON PARLAVA, NON RACCONTAVA, NON LITIGAVA, NON LEGGEVA, NON CHIEDEVA SPIEGAZIONI.
Provavo a stimolarlo con varie metodologie, a volte severa, a volte dolce, a volte spiritosa, ma il mio bambino non parlava, non chiedeva e non voleva avere alcun tipo di contatto sonoro con me né con nessuno degli adulti o dei bambini presenti all’interno della scuola; arrivava persino a farsi la pipì addosso pur di non chiedere “a  voce” il permesso per andare al bagno, nonostante avesse acquisito il controllo degli sfinteri già da molto tempo.
Arrivati a dicembre ho cercato aiuto e spiegazioni alle colleghe della scuola dell’infanzia che l’avevano seguito nei tre anni precedenti e che descrivevano il bambino come tranquillo e taciturno. “DOVE LO METTI STA…” fu la frase che usarono per presentarcelo.
In quegli anni Internet non era alla portata di tutti e quindi non era facile cercare su “Google” (come facilmente si fa oggi) spiegazioni al riguardo; ma avevo letto qualcosa in merito su un vecchio libro di “psicopedagogia e disturbi dell’apprendimento”… letto, riletto e ancora letto insistentemente quelle poche informazioni che parlavano di MUTISMO SELETTIVO, disturbo che “il mio bambolotto” rispecchiava appieno.
Il suo non parlare era una silenziosa e penetrante richiesta di aiuto.  Il suo silenzioso seguire le attività scolastiche, il suo apprendere la lettura e la scrittura senza mai esprimere un suono vocale, faceva più CHIASSO  degli altri alunni che partecipavano attivamente alla lezione tutti i giorni.  Dovevo aiutarlo.
Ho stampato poche righe trovate su Internet e ho convocato a scuola i genitori del bambino. Avevo paura, perché parlare ai genitori del proprio figlio che mostra difficoltà, non è semplice.  Si mette in gioco tutto: la famiglia, la scuola, le insegnanti. Chi sono io per giudicare?  “Sei  tu, insegnante, che non sei riuscita a farlo leggere e parlare!!!”. Tante sono le cose che mi venivano in mente, ma il bambino aveva il diritto di essere aiutato. Mi sono fatta coraggio e fortunatamente ho trovato una famiglia attenta, aperta, non un muro da abbattere ma un traguardo da raggiungere insieme; come due binari della stessa ferrovia: scuola e famiglia. Due binari con la medesima destinazione: la serenità e l’inserimento del bambino nell’ambito scolastico.

Scrivendo queste parole, mi sono commossa e l’unico rimpianto è di non riuscire a spiegare con semplici parole i segnali importanti che il mio piccolino inviava. Mi raccomando Colleghe, ATTENZIONE, a volte i silenzi dei nostri piccoli valgono più di mille  parole.

Con simpatia

Eleonora, una maestra.

SPAZIO ADULTI: pensieri, riflessioni, ricordi

Trasformazione. Cambiamento. Molte persone ci hanno conosciuto in un modo, in silenzio, e poi reincontrandole ci dicono…”ma sei tu?”. Fa piacere, perché significa che siamo ormai fuori dal mutismo selettivo, lontanissimi anni luce. Ma dall’altra parte è innegabile che scattino dentro dei pensieri su noi stessi, su quello che siamo stati, quello che siamo adesso, su come le due parti possano stare in equilibrio tra loro e su come vengano percepite dall’esterno.

Le testimonianze di Giovanna Riso, Elisa Pollio, Romina Bracchi.

Caro Professore
di Giovanna Riso.

Quando andavo al Ginnasio avevo un professore di Lettere, con lui facevamo 18 ore a settimana.
Era alto, serio e un po’ severo, sorrideva di rado e la cosa che più risaltava di lui, ai miei occhi, era una tristezza profonda; mi metteva soggezione e non riuscivo a parlare.
Lui aveva capito che avevo un problema ma non sapeva di cosa si trattasse e nemmeno come aiutarmi. L’ultima volta che l’ho visto sarà stato, credo, venticinque anni fa. Aveva problemi di salute, mi pare di ricordare. Ultimamente mi capita di ripensarci. Mi chiedo dove sia, cosa faccia, mi dico che mi piacerebbe incontrarlo. Mi piacerebbe parlargli, finalmente, e raccontargli di me, della donna che sono diventata, di come oggi sia padrona della mia vita e di me stessa, dirgli dei miei successi, delle mie vittorie. Mi piacerebbe raccontargli della strada che ho fatto e me lo immagino abbassare il viso e lo sguardo per nascondere un discreto sorriso di compiacimento.
E poi mi piacerebbe raccontargli della me di allora, mi piacerebbe che, anche lui, mi assolvesse dalla responsabilità di quei silenzi, di quelle tante e tante parole che non sapevo come fare arrivare alle sue orecchie, che mi alleggerisse da quel senso di colpa che mi è pesato sul petto per venticinque anni.
E poi mi piacerebbe che anche lui sapesse che quella cosa che mi congelava durante le interrogazioni si chiama mutismo selettivo, che non ero io a non voler parlare. Vorrei potergli spiegare cosa si prova quando qualcuno si aspetta parole da te, parole che ti ripeti mille volte e ancora mille nella mente, e ti girano vorticosamente in testa, mentre le scandisci sempre più veloci nel silenzio, nell’irrazionale speranza di trasferirle direttamente dalla tua testa alla sua, senza farle passare per la bocca e per le orecchie, perché non ce la fai, perché i tuoi muscoli sono più rigidi del marmo, e ti bloccano la mandibola. Senti la pressione e le pulsazioni delle vene sui molari serrati, e le spalle si chiudono su sé stesse quasi a tentare di ridurre lo spazio che occupi, nella speranza di scomparire, mentre le braccia diventano pesanti e così rigide che non hai più la percezione di dove si trovino i tuoi gomiti.
Vorrei dirgli cosa si prova quando pensi di non riuscire più a muovere la testa perché ti sembra che il tuo collo sia diventato tutt’uno con le spalle, e ti sale un brivido freddo dietro la schiena e ti stringe la nuca come una tenaglia, mentre il sudore freddo ti ghiaccia la pelle e tremi, per il freddo ma ancora di più per la tensione, mentre il tuo sguardo resta fisso puntato su un preciso punto lontano che non ha nessun significato.
Vorrei davvero raccontargli cosa si prova quando l’ansia te la senti nei muscoli e nelle ossa, quando ti striscia sotto la pelle e in un attimo si impadronisce di te, e ti ruba il corpo, la voce, la libertà.
La libertà di essere chi sei. E ti ritrovi muto, e non puoi farci niente. E sono sicura che, finalmente, capirebbe.

 

Il mio presente, il mio passato
di Elisa Pollio

A 34 anni ti fermi un attimo. Pensi al tuo presente, al tuo passato..
E’ come se da piccola fossi stata in un’altra dimensione… in un altro corpo.
“Quella non ero io, no… non è possibile”.

Contrasti che stridono: è possibile essere diventata l’opposto di quello che ero un tempo?
Cosa è rimasto del silenzio, dello sguardo fisso, del blocco psicologico quando qualcuno mi rivolgeva parola, cosa è rimasto del carattere introverso e spesso scontroso verso chi mi stava più vicino?!

A volte mi sembra di essere stata dentro un sogno, se penso alla mia infanzia e adolescenza… sapere quale sia la situazione ma senza viverla “veramente”. E’ successo davvero a me tutto questo? Come l’ho elaborato nel tempo questo disagio?

Forse questo lo so… un lungo e tortuoso percorso, difficile da riassumere in poche righe. Ma per chi mi conosceva “prima” e mi ha “conosciuto di nuovo” adesso? Chissà cosa pensano o pensavano di me, ora e allora. Ad esempio, mi torna in mente la mia maestra di italiano, che conosco da una vita; mi ha sempre trattata allo stesso modo, con dolcezza e delicatezza, coinvolgendomi nella sua vita, nella sua quotidianità, insieme alle altre compagnette di scuola. Mi sentivo come loro in quel contesto (fuori dalla scuola), come se avesse sempre saputo quello che mi stava passando per la mente, e all’epoca sapevo che lei mi capiva sul serio… o perlomeno era in gamba a farmelo credere! Per questo gliene sarò grata per tutta la vita (anche se lei non lo saprà mai probabilmente… o magari leggerà per caso questo articolo, mai dire mai nella vita).
Poi penso ai miei allenatori di pallavolo, quelli tosti, che volevano ragazze in gamba, ma io non ero all’altezza e non mi mettevano mai in squadra, perché se entravo in campo ero un ciocco di legno a testa bassa, e di certo non avrei mai preso una palla con un bagher o mai avrei fatto una schiacciata davanti ad un pubblico… quindi ero sempre in panchina (ma io lo sapevo, e li capivo… mio padre lo sapeva un po’ meno, forse si è arrabbiato troppo per cose che per me erano superate e comprensibili… forse ero troppo matura io per l’età che avevo, chi lo sa).
Penso ai miei genitori, che non hanno mai cercato di comprendere fino in fondo i miei silenzi, il mio problema. Forse non lo accettavano perché a casa ero “normale”, anche se parlavo pochissimo. Ma tanto “normale” forse non lo ero: continuavano a ripetermi che ero troppo timida e io mi arrabbiavo tanto… perché non lo ero DAVVERO. Mai son riuscita a costruire un dialogo vero con loro, anche adesso ho diverse difficoltà purtroppo.
Poi c’erano loro, i miei amici. Tanti, diversi… che nel corso degli anni mi hanno aiutato a non sentirmi sola, MAI. A loro dico GRAZIE DI CUORE. La maggior parte dei bimbi della mia età mi ignorava completamente (anche se, a guardare indietro, forse ero io che mi isolavo e non il contrario), ma quelli che mi trattavano al loro pari erano diversi, anche se si approfittavano di me, anche se facevano cose che a me non stavano bene… a me non importava. Loro mi guardavano, mi VEDEVANO, non ero invisibile e questo mi bastava. Quante delusioni ho passato, ma queste mi hanno permesso di diventare la persona che sono adesso, quindi non gliene faccio una colpa, non vorrei vendicarmi, sono pacifica; fai una cosa a me, ed io ti tratto di conseguenza, punto. Fine della storia.
Vorrei tanto sapere cosa pensavano e cosa pensano di me adesso; con la maggior parte di loro (quasi tutte le persone che sono entrate nella mia vita in un modo o nell’altro) sono rimasta in contatto, e potrei suddividerli in diverse tipologie di persone:

  • Le persone che “non mi calcolavano di pezza” e che adesso fanno amiconi, come se nulla fosse successo;
  • Le persone che mi ignoravano e che mi parlavano male alle spalle, quelle non credo siano cambiate nel tempo, ma son problemi loro alla fine;
  • Gli amici che c’erano e mi accettavano così come ero, e che nonostante ci siamo allontanati causa città e vite completamente diverse, sono rimasti, insieme al loro affetto. Lo sento, anche se non ci vediamo quasi mai, e quando ci incontriamo il nostro rapporto penso sia migliorato, perché mentre prima assecondavo la corrente senza parlare e senza prendere una posizione, adesso riesco benissimo a comunicare e ci tengo a trasmettere il mio affetto incondizionato. Paradossalmente il rapporto con queste amicizie è migliorato perché esiste dialogo e confronto reciproco.
  • Poi ci sono loro… gli amici del gruppo, di sempre. Alcuni, sinceramente li ho “scartati” con il passare degli anni, quando piano piano sono riuscita a capire chi mi è veramente amico e chi lo è per convenienza (ma questo capita a tutti a prescindere dal MS).

Riassumendo in breve… sì, la relazione con queste persone è cambiata, nel senso che adesso c’è una sorta di rapporto (piccolo o grande che sia), quando ci si vede ci si saluta, si chiacchera, si parla dei nostri bimbi, della nostra famiglia… mai cenni sul passato.

Anzi, tante volte lo tiro in ballo io, perché vorrei sapere  tante cose dagli altri, ma mi rendo conto che ormai il discorso è decontestualizzato e quindi fuorviato dai ricordi ormai sbiaditi del tempo trascorso. E non avrebbe senso. O forse sì.

Con chi mi ha trattato male, insultato, offeso… beh loro non esistono più nella mia vita e se li incontro per strada, ho una voglia matta di insultarli ma non lo faccio per etica ed educazione, quella che a loro è mancata.

 

Ciao, come stai?
Di Romina Bracchi

È una sensazione strana. A volte mi ha messo in crisi.
Sembra che loro ti conoscano benissimo e nello stesso tempo sei un estraneo. Poi mi dico che sì, sono sempre io per loro, la voce non è che cambi poi molto le cose, nel percorso di conoscenza di qualcuno. Però è evidente, sentire per la prima volta la voce di una persona che hai sempre frequentato “in silenzio” è davvero qualcosa che spiazza, lo riconosco.
Ci sono stati tanti episodi in questi anni, alcuni davvero emozionanti, la maggior parte di questi legata al mondo della scuola. Come quando andai a suonare al campanello di casa di una ex-maestra della scuola d’infanzia. Da piccola l’avevo sempre adorata, c’era un bellissimo rapporto. Decisi che glielo volevo dire, volevo rincontrarla, ringraziarla, farle capire che le ero riconoscente, e farglielo capire a voce. Quando mi ha visto mi ha riconosciuto subito, ci siamo abbracciate abbiamo parlato sul divano di casa sua stringendoci forte le mani. Sembrava che non ci vedevamo dal giorno prima per quanta empatia c’era.
Poi ci sono stati gli incontri casuali, come quello con una maestra delle elementari o di una professoressa di italiano delle medie. Dentro di me avevo perfino dei sensi di colpa per non essere riuscita, all’ epoca, a dirgli quanto erano importanti per me, quanta umanità ci mettevano nel proprio lavoro. Infatti non finivo mai di ringraziarli, quando poi, dopo tanti anni, potevo finalmente usare la voce.
Sì, sono stata fortunata perché a scuola ho avuto molti insegnanti validi, rivederli è stato bellissimo, so che anche per loro è stato importante.
Con alcuni ho sentito il bisogno di parlarne, del mio passato, spiegare quello che allora gli era misterioso, è servito a rimettere a posto dei tasselli, fare chiarezza. Con altri invece ho parlato facendo finta di niente, del più e del meno, come se fosse tutto normalissimo, e anche da parte loro c’è stata questa reazione, che, sotto sotto, era quella che volevo.
C’è stata poi anche quella volta che ho detto a qualcuno: “lo sai, io e te comunicavamo di piú senza parole” e scoppiava la risata.
In fondo siamo sempre gli stessi, mi dico.

GRUPPO GIOVANI. Quel che mi ha fatto bene, quel che mi ha fatto male. Testimonianza di Maria

Quel che mi ha fatto bene, quel che mi ha fatto male

Sicuramente essere messa in disparte nel periodo scolastico, non mi è stato molto d’aiuto.
Nonc’erano molti adulti in grado di aiutarmi nei miei momenti di solitudine. E’ stato duro ritrovarsi a dover accettare che nessuno mi accettasse in quelle condizioni. Mi ponevo le mie domande. Avrei voluto che qualcuno mi accompagnasse per mano in questo mio percorso. Avrei voluto che qualcuno mi tranquillizzasse e mi desse conforto. Gli insegnanti non sapevano gestire la situazione. A me faceva male. Sentirmi sola, mi ha portato a non fidarmi degli altri. E’importante creare attività per far sentire i bambini muto selettivi i più inclusi possibile. Momenti di gioco, di inclusione. Servirebbe molto. Essere giudicata mi faceva stare male. Il fatto che tutti mi etichettavano come quella che non parlava mai, non lo accettavo. Mi faceva soffrire sapere che vedevano solo il silenzio. Che non riuscissero ad andare oltre quel muro. Un’altra cosa che mi faceva male era quando gli altri sminuivano il mio stato d’ansia. Faceva male come tutti prendessero la mia situazione quasi come fosse un gioco. Dicevano che mi lamentavo per nulla. Per me era faticoso vivere così. Anche in questo caso, mi chiudevo sempre di più. Cercavo di nascondere un dolore che sapevo che agli altri non sarebbe importato.
Gli altri non vedevano l’ora di sentirmi parlare. Si creavano sempre molte aspettative riguardo questa cosa. Avevo molta paura della loro reazione. A volte mi forzavano a far uscire le parole. Mi sentivo un po’ messa sotto torchio. Sono comportamenti da evitare. A nessuno farebbe piacere essere forzato a fare qualcosa che in quel momento non riesce a fare. Tutto si affronta a piccoli passi. Mi avrebbe fatto sentire al centro dell’attenzione esclamare davanti a tutti: “Brava! Hai parlato!’’
Un giorno in classe successe. Parlai. E la maestra mi abbracciò davanti all’intera classe. L’imbarazzo fu tale che come risposta a quella reazione, tornai nel più totale silenzio. Da lì in poi, non mi lasciai scappare una singola parola neanche per sbaglio.
Ci sono anche piccole cose che mi hanno aiutato. Ricordo che in terza superiore avevo un’amica.  Era fantastica. Sapeva tirarmi su il morale. Mi infondeva coraggio, fiducia. Mi consolava quando ero un po’ triste o poco sicura di me. Questa fu una spinta. E grazie al suo modo di fare, riuscii ad uscire da quel tunnel che non mi sembrava avere fine. E’ importante essere di riferimento, infondere positività in questi casi. Questo mi ha aiutato molto.
Mi ha fatto bene frequentare anche un centro d’aggregazione giovanile. Era un ambiente molto stimolante dal punto di vista della socializzazione. Ho imparato ad aprirmi ancora di più. In un posto nuovo, in cui nessuno sapeva niente di me, è stato molto più facile.
E poi c’è la musica. La musica è un’ottima terapia. Ascoltarla mi aiuta a rilassarmi. Anche scrivere mi aiuta molto. Per me 
rappresenta un enorme punto di sfogo. Trovare i propri interessi, le proprie passioni può essere un ottimo metodo per calmare l’ansia.

Maria

GRUPPO GIOVANI. La scuola: cosa mi ha aiutato a parlare e cosa no?

In questo numero abbiamo cercato, tutte insieme, di capire cosa ci è stato utile, nel mondo scolastico, e cosa invece ha involontariamente rallentato il percorso verso la parola. Ne è nato un elenco di atteggiamenti e di azioni, una “lista” – difficilissima da fare – con i nostri suggerimenti, con quel che ci ha fatto bene e quel che ci ha fatto male, quel che ci ha aiutato e quel che invece no cercando di dare un piccolo supporto e qualche spunto agli insegnanti.

Ciascuno di noi ha dato il suo personale contributo.

COSA MI HA AIUTATA

– Mi ha aiutato tantissimo essere trattata come gli altri, nel modo più normale possibile
– Mi sono sentita aiutata quando mi hanno fatto sedere vicino a compagni o in gruppi con cui sto meglio, sono a mio agio e riesco a parlare di più
– Sostenere le interrogazioni fuori dall’aula, da sola con il/la prof
– Quando non continuano a fissarmi
– Le volte in cui la maestra mi aiutava ad iniziare a giocare con qualcuno perché non potevo fare io la prima mossa
– Una volta sbloccata, quando le insegnanti fingevano di non notare che facevo confusione o parlavo con qualche compagno/a
– I prof che non mi stanno addosso cercando di farmi parlare o venendo troppo vicino. Quelli che non mi fanno sentire diversa e non si aspettano che io parli come gli altri
– Quelli che non pensano che non partecipo solo perché non li guardo o non parlo. E che non mi abbassano il voto di comportamento per questo
– Quelli che però tengono conto dei miei sforzi durante le interrogazioni orali e non mi pensalizzano perché parlo a bassa voce o dico poche cose: sto facendo del mio meglio

COSA NON MI HA AIUTATA

– Non mi piace quando dicono: “brava hai parato!”
– Non avere un modo alternativo di comunicare, anche per le emergenze
– Avere i voti in pagella abbassati perché “manca la parte orale”
– Avere maestre che pensavano non parlare fosse volontario
– Mi dava fastidio tutto quello che facevano per farmi parlare. il fatto che facevano cose per farmi parlare me lo rendeva ancora più difficile. Sentivo che volevano riuscire a farmi rispondere quindi TUTTO quello che facevano e dicevano mi disturbava
– Mi dà fastidio quando sento che pensano io non possa arrivare al livello degli altri
– Quando fanno battute tristi, pensando di essere simpatici, mi dicono: “stai zitta” o “ti hanno mangiato la lingua?”
– Non mi ha aiutato quando la maestra gridava perché, temendo che volesse mandarmi a fare le fotocopie da sola, non riuscivo ad alzarmi.
– Quando ad inizio anno i prof nuovi non sanno del MS e iniziano l’appello aspettandosi una risposta finché qualcuno urla: “lei non parla!”
– Quando una prof, per forzarmi a parlare, mi ha chiamato davanti a tutta la classe per interrogarmi
– Se mi costringono ad ascoltare le mie registrazioni in classe perché è imbarazzante
– Quando a volte la maestra ha dato per scontato che non volessi fare qualche esercizio, invece in realtà non ricordavo come si faceva
– Se mi dicono di andare in bagno quando voglio anziché chiedermelo di volta in volta perché io non riesco ad uscire senza avere il permesso
– Mi dà fastidio quando in mensa fanno commenti come “oggi non mangi?” “in Africa mangerebbero tutto senza lamentarsi” perché mi blocco del tutto
– Quando le insegnanti non notavano i dispetti evidenti di alcuni compagni
– Essere ignorata quando era evidente che non riuscivo o non ricordavo come si faceva qualche tema o esercizio
– Avere l’incarico di “segretaria” ed essere da subito costretta ad andare da sola a prendere il caffè o fare le fotocopie
– Non mi ha aiutato quando la maestra ha chiesto davanti a tutti – e solo a me – se ero davvero capace di usare il computer e quindi in grado di spiegarlo a qualche compagno visto che poi saremmo stati divisi a coppie
– Quando insistevano a farmi parlare o mi chiedevano le cose guardandomi in faccia, solo a me.
– Quando la maestra o la prof urla, anche agli altri compagni.
– A scuola non mi ha aiutato niente in particolare. la maestra provava a sedersi di fianco ma non era un aiuto per me. Anche oggi che è più facile parlare, e riesco, mi aiuterebbero di più se rimanessero zitti e non facessero quello che viene da fare a tutti i professori, cioè avere l’obiettivo di farmi parlare. Forse mi hanno aiutato gli amici, avere un’amica vicina.

Ale, Mari, Nina, Rebù

Il Trattamento Neuropsicomotorio nel Mutismo Selettivo

Il Trattamento Neuropsicomotorio nel Mutismo Selettivo
Dott.ssa Elisabetta Dragone

La Terapia Neuropsicomotoria è una forma di intervento riabilitativo che si occupa del recupero funzionale e/o del potenziamento motorio, cognitivo e comunicativo-relazionale dei bambini.

Il Terapista della Neuropsicomotricità dell’Età Evolutiva, sostiene le abilità del bambino all’ interno di percorsi specifici ed individualizzati in ambito educativo-preventivo e sanitario-riabilitativo, utilizzando strumenti quali il gioco, il corpo e la relazione; egli riconosce e valorizza le risorse individuali di ognuno, rispondendo ai bisogni dei bambini, tenendo presente che il canale di comunicazione privilegiata del bambino dai 0 ai 10 anni è il corpo.

L’ espressività motoria è il modo di dirsi del bambino, è la maniera tonico-emozionale di essere al mondo, la possibilità che il bambino ha, tramite il corpo di esprimere il mondo interno mediante le relazioni che tiene con il mondo esterno.

La costruzione del mondo interno avviene mediante il piacere di agire e giocare quindi, mediante la via motoria il bambino esprime stati di benessere/malessere, piacere/dispiacere e, le relazioni che vive con le figure parentali.

L’attività motoria verso l’esterno favorisce la percezione del proprio corpo, di cui il bambino conquista, con la crescita la consapevolezza. Egli utilizza il gioco simbolico per rivivere esperienze e dare così significato alle realtà e ricercare appagamento e gratificazione.

Nel caso specifico del Mutismo Selettivo, la neuropsicomotricità si presenta come una risposta possibile o necessaria, a seconda dei casi, in quanto considera “l’inibizione” in termini di “espressività”, come una  mancanza di investimento del mondo esterno ed una difficoltà ad affrontare situazioni nuove.

Si pone come obiettivo la facilitazione del percorso evolutivo del bambino, utilizzando il movimento per creare un canale di ascolto e sostegno e, ponendo attenzione alle azioni che il bambino compie, ricordandosi che l’espressività motoria è la via privilegiata di cui egli dispone fin dalla nascita per mettersi in contatto con l’ambiente, per trasformarlo ed esserne trasformato.

In base alle sue esperienze il bambino costruisce un modello operativo interno di rappresentazione di sé. Questo modello è influenzato dalle relazioni con le figure genitoriali e regola il suo sentire e le sue aspettative e ne influenza lo sviluppo globale dello stesso (motorio, simbolico-cognitivo, affettivo-relazionale).

Le finalità quindi, che si intendono raggiungere con il trattamento neuropsicomotorio sono:

  • Favorire la funzione simbolica
  • Favorire lo sviluppo dei processi di rassicurazione
  • Favorire lo sviluppo del decentramento
  • Favorire il passaggio dal “piacere di pensare al piacere di agire”
  • Favorire l’espressività globale del bambino.

Il Neuropsicomotricista non deve mai essere invadente e diretto ma, il suo compito è quello di incoraggiare l’azione e l’interazione del bambino e, tenere sempre presente che “…per globalità del bambino si intende rispettare un’attivazione unitaria della motricità, dell’ affettività e dei suoi processi cognitivi; si intende accettare i tempi del bambino, la sua maniera assolutamente originale di essere al mondo, di viverlo, di scoprirlo, di conoscerlo, tutto allo stesso tempo (Bernard Acouturier)”.

Bibliografia